Grotta del Farneto

Il parco dei gessi bolognesi organizza visite guidate alla grotta del Farneto a partire da casa Fanitni, località Farneto.
Le visite si svogono nei rami fossili della grotta per all’incirca 500mt lineari sotto l’abile e divertente guida dei ragazzi del gruppo speleologico locale (GSB-USB).
La grotta, che è patrimonio nazionale per l’importante interesse archeologico, è in verita stata ampiamente scavata, danneggiata negli anni passati dalla cava del gesso e saccheggiata, ma vale comunque la pena di essere visita, per godersi l’atmosfera di grotta ‘reale’ e la turisticizzazione molto rispettosa.
Di consiglia un vestiario comodo e relativamente caldo (la temperatura interna si aggira tutto l’anno sui 12°C), tutto il resto è fornito dal parco.
Buona punta.

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Claustrofobia

Nell’atrio dell’ufficio aspetto l’ascensore. E’ sempre stato lento ed inospitale: non ha finestre, è relativamente stretto e solitamente puzza di cantina. Ciononostante lo prendo sempre, dopo aver vissuto dieci anni in una casa senza acensore non ho proprio voglia di mettermi a fare le scale, specie se i piani da salire sono cinque.

Quando arriva l’ascensore, vi monto sopra, con una certa perplessità. Sembra più angusto ed inospitale del solito. Schiaccio il solito pulsante e comincio a salire. Man mano mi accorgo che l’ascensore mi preme sulle spalle, sulla teste e sostanzialmente si restirnge scricchiolando e togliendomi il respiro.

Cerco di tranquillizzarmi pensando che la corsa dura normalmente poche decine di secondi e che non sono mai stata claustrofobica in vita mia, ma l’ascensore sembra rallentare il suo percorso e non arrivare mai a destinazione. Essere bloccati in un ascensore strettissimo, senza riuscire a pigiare il tasto d’allarme è una situazione spiacevole, ed ancora più spiacevole è l’idea di rimaner lì per un tempo indeterminato, fin quando qualcuno non si accorga del blocco. Imporvvissamente mi sento Alfredino nel pozzo e mi parte un sonoro attacco di panico.

E mi sveglio, con l’ansia, la tachicardia e un groppo allo stomaco. Mi sa che oggi farò le scale.

La metà che non vuoi

Se vuoi un cane, oltre alla compagnia di un amico fidato avrai le esigenze di qualcuno che deve mangiare, correre, essere portato ai giardini

Se vuoi un figlio, oltre al dolce cucciolo d’uomo avrai i capricci, il vomito, le notti insonni

Se vuoi un lavoro, oltre allo stipendio avrai un capo, ore di riunioni, problemi e giorni di noia

Non si può avere solo una parte delle situazioni, bisogna accettare di prendere assieme alla parte che ci serve o che vogliamo anche quella di cui faremo volentieri a meno.

Io non posso occuparmi di un lato solo delle cose, e di certo non del solo lato che fa comodo ad altri. Le situazioni sono sostenbili solo se hanno un loro senso ed un loro equilibrio.

Qu’est que tu veux de moi? (Manu Chao)

Cassandra

Cassandra, dalle mura di Troia guarda il cavallo di Ulisse varcare le porte della città. Cassandra ha già visto, nei suoi sogni, Troia bruciare, perchè ha ricevuto in dono dagli dei la preveggenza. Ha porvato ad avvisare, per tempo, della sciagura imminente. A modo suo, ha provato a porvi rimedio. Assieme al dono della preveggenza, però, Cassandra avuto anche la maledizione di non essere creduta. Spesso quindi i suoi tentativi di avvertire i suoi concittadini ottengono esattamente l’effetto contrario e lei è invisa. Mentre pensa il cavallo fa il suo ingresso in città…

Ora Cassandra guarda sconsolata Troia bruciare, nonostante tutto. Muta, osserva. Non piange, non è più il momento di creare scompiglio. Attonita, rassegnata, delusa guarda le fiamme. Troia brucia. Troia brucia comunque.

Funeral blues

colonna sonora: Una vita da mediano. Ligabue.

Non ho mai amato i funerali. Non amo l’idea che la gente, gente che non si vede da anni e magari neppure si conosce, debba radunarsi in un luogo desolato per salutare qualcuno (che tanto non può vederli nè sentirli) e per condividere il dolore.

Non serve parlarne, non esiste consolazione. Il dolore per la perdita di qualcuno (o qualcosa) si smaltisce goccia di sangue su goccia di sangue, chiusi da soli in uno sgabuzzino buio tirando pugni al muro.

A mezzogiorno, sotto il sole cocente di questa città improbabile, non c’è spazio per digerire. Trangugio e vesto la mia maschera migliore, come sempre. Assomiglio sempre di più a quella maschera, non so sia un bene o un male.

La carogna mi tiene gli artigli alla gola. Sento le unghie sulla pelle sudata e il fiato che mi si fa sempre più breve. Faccio fatica a pensare e il suo peso si fa sempre più incombente. Mi fiata sul collo, e si aggrappa come un bambino che non vuole essere gettato nel profondo dell’oceano. Non ha un futuro, però, e bisogna abbatterla. Può essere complicato sopprimere un’illusione, può essere complicato persino trovare il luogo e il modo per farlo.