“6 Polaroid dallo scambio iniquo” o 10 anni di immeritata vita a credito

il 19 Giugno 1999 T. vola da un p30 sui massi sottostanti, all’Artesinera.

Ho un migliaio di istantanee impresse nella mente di quei giorni e dei giorni precedenti. Impresse a fuoco, indelebili… Roba che più o meno spesso mi si ripresenta davanti agli occhi, per ricordarmi lo scambio iniquo che avvenne quel giorno. Ma cominciamo dal principio.

Qualche settimana prima io, N. e M. organizziamo una punta in Artesinera per fare un sopralluogo e valutare se fosse possibile fare la giunzione tra Artesinera e Bacardi. Al mondo ci sono grotte e grotte. Grotte in cui passeresti il resto della tua vita a gingillarti tra pozzi e strettoie e grotte che ti mettono addosso l’ansia e la paura. E l’Artesinera decisamente ti fa sentire a disagio.  Prima Polaroid: me e N. fermi alla partenza di un pozzo a mangiare lamponi. Mi guardo con orrore le mani sporche di succo di lampone e fango: sembra sangue rappreso. Che brutto, bruttissimo presagio.

La grotta scorre, tra fatica, ansia, pozzi e strettoie. Lei è cattiva e spesso si fa più fatica del previsto e gli armi sono talvolta difficili, c’è il rischio che le corde grattino, sono un po’ esposti. La Lambda, sulla via del ritorno, mi fa uscire una spalla, e da lì in avanti uscire diventa decisamente un’avventura onirica. Seconda Polaroid: Io accartocciata stremata sul sedile posteriore della macchina con la spalla che batte forte e N. acciambellato contro di me.  Questa grotta è cattiva…

Qualche giorno dopo al GSP si organizza la punta seguente in Artesinera, si parla, se ne discute, si litiga come sempre. Avrei la priorità per andare in quella grotta, ma ho male alla spalla, ancora, e l’Artesinera mi inquieta… e poi forse ho altro per la testa… Lascio allegramente il mio posto a T. e V.  e, finiti i bagordi, troterello verso casa nella notte. Terza Polaroid: T. e V. che sorridendo e sfumacchiando parlano di grotte sulla balconata di Galleria Subalpina, mentre io assonnatta li guardo dalla a sorridendo  da sottoe mi allontano nella notte calda. Buona grotta, ragazzi, buona grotta.

La Domenica sera sono a casa, io e la mia spalla studiacchiamo qualcosa pigramente. Suona il cellulare, e il numero – visibile – mi fa sobbalzare il cuore. Semplicemente è uno di quei numeri (il CNSAS) da cui non vorresti essere mai chiamato mentre sai di avere amici in punta. E’ successo qualcosa. C. dall’altra parte del telefono parla con la voce fredda e pacata di chi ancora non si è voluto arrendere all’evidenza. Il Visconte ha tradito, l’Artesinera ha fatto il danno, ancora non si sa quale. Benchè C. parli chiaramente, io percepisco solo una parola ogni tanto (“Artesinera”, “incidente”, “soccorso”), le orecchie hanno preso a ronzarmi forte.  Quarta Polaroid: Sono in maglietta sul balcone, il telefono in mano, bianca come un cadavere. Tremiti e pelle d’oca mi corrono sulla pelle nonostante la caldissima notte d’estate. Gli occhi sbarrati che fissano il vuoto,globi di vetro colorato. Oddio Oddiomio! Io l’avevo “sentito”.

Quella sera ed i giorni seguenti, corrono confusi e forti. La pioggia, le telefonate, il soccorso. Le notizie certe e quelle incerte che si susseguono a ruota e forte, fortissimo,  il sentimento di trappola e di impotenza. Quando infine arrivano i comunicati ufficiali scopro che  T. ormai è nella gran-notte e gli altri sono – chi più chi meno – in grave stato di shock (e realizzo di esserlo anche io)… La corda si è lesionata e tranciata e T. è volato di sotto. So dove, so come, so perchè è successo. Io avevo visto il rischio, forse. Io forse avrei potuto avvisarlo. Io avrei dovuto essere lì, al suo posto. Quinta Polaroid: Abbracciati sul pavimento, io e N. Immobili e senza parole. Disperatamente e fortissimamente vivi.

Poi, tutto scorre veloce e anestetizzato: l’invito a casa della famiglia di T, la riunione al GSP, il popolo della speleo al funerale terrorizzato e devastato, le urla di V., il discorso di F., N. che compulsivamente continua a lavarsi le mani. In tutto questo resto muta, la mia anima non emette un gemito, il mio cuore di neve non scioglie una lacrima. A modo mio, soffro. Ho scoperto lo scambio iniquo. T. è volato al mio posto, la sua vita di solare, socievole, amato post-adolescente è stata scambiata con quella di questo piccolo alieno, introverso e inavvicinabile. Uno scambio iniquo. Sesta Polaroid: immobile a gambe incrociate sul prato, nel bel mezzo del funerale speleo, l’aria come sempre imperscrutabile e le lentiggini accese dal sole e dal vino. F., seduto affianco a me mi parla con la sua voce suadente  tutte le sue doti da psicologo in erba. Mente,   Non è vero, mio bel rosso, che non c’è colpa e non c’è scambio. O che lo scambio non è stato iniquo. E con questo dovrò conviverci.

E da allora – e sono dieci anni ormai – ho una vita a credito.  Cerco di ricordarmelo tutte le volte che mi passa per la testa di scaraventarla nello sciacquone, tutte le volte che mi farei stremare da tutti gli eccessi noti su questa terra, tutte le volte che mollerei tutto per fuggire lontano. Ho una vita a credito, non posso sprecarla, per rispetto o forse solo per la paura che un giorno si facciano i conti, e che la punizione sia esemplare… 

Ma io lo scambio non l’avrei voluto. Credetemi.

PS: non sono mai più andata nè ad Artesina nè in Artesinera. Ma non è per T. (o per altri speleo che sono rimasti prima e dopo di lui nella gran-notte). Quella morte – per quanto atroce è il prezzo del gioco, ed ognuno di noi, sa sempre, l’ha messo in conto.  Ho smesso di andare in grotta, non per il rischio, non per la morte in agguato… il problema per me sono sempre state le persone della speleo piemontese, ed in fondo, in grotta, e su di loro che sei costretto a fare affidamento.

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